d

speed up your biz

Contact us

Via delle Mimose 1,
Negrar di Valpolicella (Verona)

n

Katal

Cosa devono fare i brand ai tempi del coronavirus e del “tutti a casa”?

Il tempo che i consumatori dedicano ai contenuti digitali in queste settimane è aumentato di oltre il 50%. Per dare qualche indicazione più precisa, nel 2019 in Italia il tempo medio speso sui Social Media è stato di circa 1 ora e 50 minuti. Il tempo speso complessivamente in Rete è stato invece di poco superiore alle 6 ore. E tra minaccia del contagio da Coronavirus e bombardamento continuo sulla potenziale futura instabilità economica, le persone sono alla ricerca di modi che consentano loro di soddisfare alcuni – e solo alcuni – desideri emozionali.

Ricordate che i consumatori acquistano o si sentono legati ad un brand non perché un’emozione è stata suscitata da quel brand, ma perché un brand è percepito come in grado di soddisfare il desiderio di vivere una certa emozione. E quali sono i desideri emozionali che oggi sono fortementi motivanti per i consumatori? Una ricerca ha evidenziato i seguenti: il desiderio di interagire in modo sincero, il sentirsi parte di una comunità, il desiderio di intrattenersi e di distrarsi.

Se da una parte i brand stanno sperimentando un aumento considerevole delle visualizzazioni e del numero di follower dei loro contenuti digitali, affinchè ciò possa trasformarsi in un beneficio è opportuno che non commettano errori di attribuzione. I brand non devono cioè cercare di coinvolgere i consumatori attraverso contenuti personalizzati o – peggio – basati solo su azioni di prezzo. Essi devono invece pensare ai motivatori emozionali dei consumatori che si trovano chiusi all’interno delle proprie abitazioni.

Ma soprattutto, cari brand, “Fate del bene, aiutate ORA chi ha bisogno”!

Dire che il lockdown possa rappresentare una grande opportunità di crescita per un brand – quando le vendite per molti di loro si sono quasi azzerate – può sembrare ridicolo. In realtà, diverse ricerche hanno evidenziato che i consumatori sono fortemente disponibili a “spostare il portafoglio” verso quei brand che essi ritengono attivi, a favore di qualcosa. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato che i brand “purpose driven” hanno sovra-performato il mercato azionario di oltre il 200% in un periodo di 10 anni e lo share of wallet è arrivato a crescere di oltre nove volte.

In una recentissima ricerca circa il 40% dei consumatori italiani dichiara di avere smesso di acquistare una marca di cui percepisce valori incoerenti con i propri valori personali. Tale percentuale supera abbondantemente il 50% nei paesi del Nord America e va oltre il 60% in Nord Europa e Cina. Se il dato viene poi suddiviso per classi di età, per la Generazione Z la percentuale di questi giovani consumatori che dichiara di avere smesso di acquistare una marca di cui percepisce valori incoerenti con i propri valori personali, supera abbondantemente l’80%.

E quale potrebbe essere il “purpose” condiviso dai consumatori ai tempi del Coronavirus se non il “fare del bene, aiutare ora chi ha bisogno”?

Le aziende e i brand che già hanno risposto positivamente a questa domanda sono veramente tante. Mi piace pensare che lo abbiano fatto per dovere morale, da esercitare subito, nel corso della pandemia.

Tuttavia sono molti, molti di più i brand e le aziende che finora non hanno dato alcuna risposta. A questi vorrei ora rivolgermi. Forse si trovano in difficoltà, ma questo vale per tutti. Allora, a parte il dovere morale, “fare del bene, aiutare ORA chi ha bisogno” potrebbe essere molto importante anche per il dopo, per le future ambizioni di crescita del brand, quando tutto sarà finito.

E questi sono i 2 motivi principali:

Aiuterebbe a costruire la customer base futura

La Generazione Z è una generazione che non ricorda un tempo prima di Internet e tende ad avere valori etici molto forti, che – come detto sopra -influenzano in modo assai rilevante la sua fedeltà al brand.

Quando tutto sarà finito nessuno ricorderà i brand che non hanno fatto nulla ai tempi del Coronavirus. I brand che ne usciranno in una posizione molto più forte sono quelli che stanno agendo ora, per mettere in atto una strategia che risponde alla domanda: “Come possiamo rendere il mondo un posto migliore, ora, senza attendere un giorno di più?”.

Aiutare ora chi ne ha bisogno sarebbe ricordato per i decenni a venire da parte dei GenZ. Farebbe conquistare la loro fiducia e aiuterebbe ad alimentare la crescita futura.

Aiuterebbe a conquistare il cuore dei giovani talenti 

Purtroppo, ci saranno molte aziende di molti settori che potrebbero non sopravvivere o uscire molto indebolite dal Coronavirus. Molti giovani talenti saranno quindi probabilmente alla ricerca di nuove sfide professionali.

Inoltre, il lockdown è un periodo che dà alle persone la possibilità di riflettere, fermarsi a pensare al proprio futuro, sia personale che professionale.

Quei brand che si posizioneranno nel cuore dei giovani talenti come brand che “hanno fatto del bene, hanno aiutato chi aveva bisogno ai tempi del coronavirus”, potranno uscire vincenti nella guerra più importante che si troveranno davanti terminata l’emergenza, cioè la guerra per attrarre i migliori talenti.

Mi rivolgo allora ai ceo di tutte quelle aziende e di quei brand che ancora non hanno agito per “fare del bene, aiutare ora chi ha bisogno”: agite ora, prima che l’emergenza sia finita, altrimenti perderete una grande occasione.